L'artista non era lui

Ho letto un’ intervista a Pasquale Panella, che doveva raccontare qualcosa della sua collaborazione con Battisti. Come i suoi testi, anche le sue risposte sono difficili da ridurre ad un significato concreto. Non si capisce quasi niente, insomma. Ma si capisce che fa di tutto per parlare il meno possibile di Battisti, e il più possibile di sé. E non si può certo accusarlo di essere troppo umile. Ecco come inizia l’intervista.

Come iniziò e come finì tra lei e Battisti?

Per quel che mi riguarda inizia come finisce, cioè forzatamente. Parliamoci chiaro: parlando di canzoni io non sono affatto adeguato. Per me scrivere le canzoni è come fare le rapine. C’è un mondo abbastanza imbecille da farsi uscire i soldi dalle tasche, senza nemmeno dover andar lì a mano armata. Io che nella vita non ho fatto altro che pensare a scrivere, anzi non ho fatto altro che non pensare a scrivere, so che basta appoggiare la mano sui tasti della macchina da scrivere, come si fa su quelli di un pianoforte, e fai uscire quattro parole. Ma se ciò non è preceduto da una continua elaborazione della scrittura precedente, non esiste scrivere. A me della canzone non me ne è mai importato nulla. Mi sono avvicinato alla canzone giusto per ascoltare quattro dischi, quelli che facevo, magari nemmeno a casa ma in in studio di registrazione, mentre si elaborava. Oggi sono molto annoiato, perfino dall’ascolto di me stesso.

E poi ancora:

Non esiste un autore di canzoni che non sia stato pubblico della canzone. Chi fa canzoni è un ascoltatore, e lo sarà per sempre. Io non ho mai ascoltato canzoni, ho scritto in assenza di suono, come Beethoven. Ecco perché ho scritto prima di ascoltare la canzone, perché io non la sento. O si vivono vite notevoli, o si ascoltano (si fanno) le canzoni. Io sono elusivo perché son sordo.

Ed ecco un ultimo passaggio, significativo:

Dopo la vostra prima collaborazione, quella di Don Giovanni, lei non scrisse più testi sulle melodie di Battisti, ma fu lui a musicare i suoi testi. Perché invertiste il metodo?

Invertire il metodo è stata una mia richiesta, perché in Don Giovanni la presunzione di canzone era ancora forte. A me piaceva stabilire un diritto di prima notte, che una canzone uscisse già fatta, che uno se la fosse già fatta, in tutti i sensi, o signora, coi suoi difetti. Tutti quelli che ascoltano canzoni sono puritani, mormoni, una cosa tremenda. La canzone è piena di piccoli ma ferrei codici, molto morali. La canzone è il tentativo di darsi una morale. Altri si danno una calmata, questi una morale. Perciò la canzone esiste sempre, e tutti i governi in fondo la tollerano, ed essa ha con loro traffici illeciti. Una volta degli amici facevano una festa con le canzoni di Dylan, era venti o trent’anni fa. Chiedo: ma che dice questo? Andai a guardare, e mi sembrò un chierichetto. Noi italiani siamo abbastanza svezzati, gente come napoletani e romani, gente che circonda il Vaticano: quelli di Dylan mi sembrarono testi di uno scadente spiritualismo. Nessuno era d’accordo, tutti credevano che fossero gran cose. Solo dopo trent’anni, andandolo a rileggere, se ne rendono conto, forse perché lo hanno visto piegarsi davanti al papa. Sembravano canzoni di grande assalto, ma non era vero: canzoni mormoni, piegate, molto moraleggianti.

L’impressione che ho è che Panella si sia un po’ stufato di essere interpellato solo a proposito di Battisti, e abbia voglia di parlare di sé, della sua arte, di rivendicare il suo ruolo nella coppia e soprattutto il suo ruolo da solo. E di sminuire l’arte della canzone in generale, già che c‘è. Io sono un grande ammiratore di Battisti, lo considero un genio della canzone ed uno dei più grandi artisti del 900 in assoluto, non mi stanco mai di sentirlo cantare, amo i suoi dischi con Mogol e anche i suoi dischi con Panella. Credo che Panella abbia fatto un ottimo lavoro con Battisti. E naturalmente può dire quello che vuole nelle sue interviste.

Però gli vorrei dire, a Pasquale Panella, che a me, e credo a molti altri, interessano le sue parole più che altro perché le canta Battisti.

L’artista non era lui, se ne faccia una ragione. Per quanto riguarda i suoi commenti su Dylan, inutile infierire. Diciamo solo che non mi sono mai accorto di tutta questa gente che ora ha finalmente capito che i testi di Dylan erano di uno scadente spiritualismo. L’invidia può far dire molte cazzate.

Pubblicato il 24 09 2008 - 12:40 ˜