18 maggio 2010
Vitelloni Nel Tempo (Bullocks In Time)

Pochi giorni fa ho rivisto I Vitelloni, ed ho pensato che gli uomini adulti, grandi e grossi, che dopo una notte passata al bar con gli amici rientrano nella loro cameretta stando attenti a non svegliare il babbo e la mamma non sono un fenomeno di questi anni. La crisi economica ed il precariato non c’entrano niente con la tendenza a restare nella casa dei genitori fino a tarda età, perché più che di una tendenza si tratta di una tradizione.
Se le statistiche dicono che quella degli attuali 30/40enni è una generazione di bamboccioni più di ogni altra, è solo perché ora ci si sposa più tardi oppure non ci si sposa affatto. Ma le differenze tra questa generazione e le precedenti sono solo formali.
L’Italia è una Repubblica fondata sulla famiglia, e la sua società, anche se ormai quasi nessuno lavora la terra, resta contadina. Se si escludono quelli che per fame erano costretti ad emigrare, i giovani italiani non si sono mai allontanati da casa. Nemmeno in epoche più avventurose. Nemmeno dopo il matrimonio.
Se avessi l’opportunità di fare il dittatore di questo sfortunato Paese almeno per un po’, come prima mossa ordinerei di riportare la pianura padana al suo naturale stato di palude (è noto che il potere dà alla testa, e comunque nemmeno il peggiore degli uomini merita di abitare un territorio così orrendo e malsano), e come seconda mossa farei una legge che obbliga tutti i cittadini italiani sopra i 20 anni a passare almeno un anno lontano dal posto in cui sono nati, con divieto assoluto di rientrare alla base a meno di gravi motivi familiari. Pena per chi viene sorpreso a far visita ai parenti senza adeguata giustificazione: un anno di lavori forzati come cameriere personale di Denis Verdini o – a seconda della disponibilità – di un personaggio di equivalente (e comunque non superiore) statura politica e morale.
6 novembre 2009
Per quanto riguarda i crocefissi...
… direi che quelli che li vogliono togliere dalle scuole perché dicono di sentirsi offesi dalla presenza di una croce di legno appesa al muro mi stanno sulle palle tanto quanto quelli che in questi casi indossano la divisa da crociato e con orgoglio scendono nel campo di battaglia per difendere la patria, l’identità nazionale, la tradizione, la religione e già che ci sono anche la famiglia.
Fanatici tutti e due. E i fanatici non mi sono mai piaciuti. Io sono con quelli che se ne fregano. Visto che i crocefissi sono lì da tempo immemorabile e visto che molta gente ci tiene ancora tanto, lasciamoli al loro posto e torniamo ad occuparci di cose più serie. O anche meno serie. E questo, più o meno, è anche il mio atteggiamento nei confronti della religione.
29 ottobre 2009
Stefano Cucchi
Quella di Stefano Cucchi è una tragedia vera. Una storia terribile che provoca dolore e rabbia.
8 agosto 2009
Pubblico di Nerds #2
Un DJ norvegese si esibisce dal vivo per un pubblico di indie-rockers, al Pitchfork Music Festival.
Il pubblico resta tutto il tempo a guardare il DJ che al centro del palco smanetta con il suo macbook. Qualcuno del pubblico mostra un entusiasmo esagerato, altri ballano con scarsa disinvoltura, ma i DJ che fanno concerti non funzionano, c‘è poco da fare. Imbarazzante, secondo me. Spero che gli antropologi del futuro remoto non studino video come questo, per farsi un’idea dell’uomo all’inizio del terzo millennio.
Detto questo, il DJ si chiama Lindstrøm e non è male per niente.
8 luglio 2008
Buoni o cattivi non è la fine
Il leader dei Conservatori inglesi David Cameron ha detto questo (copio e incollo da Leibniz):
We as a society have been far too sensitive. In order to avoid injury to people’s feelings, in order to avoid appearing judgemental, we have failed to say what needs to be said. We have seen a decades-long erosion of responsibility, of social virtue, of self-discipline, respect for others, deferring gratification instead of instant gratification.
Instead we prefer moral neutrality, a refusal to make judgments about what is good and bad behaviour, right and wrong behaviour. Bad. Good. Right. Wrong. These are words that our political system and our public sector scarcely dare use any more. Of course as soon as a politician says this there is a clamour – “but what about all of you?” And let me say now, yes, we are human, flawed and frequently screw up.
Our relationships crack up, our marriages break down, we fail as parents and as citizens just like everyone else. But if the result of this is a stultifying silence about things that really matter, we re-double the failure. Refusing to use these words – right and wrong – means a denial of personal responsibility and the concept of a moral choice.
E sapete che c‘è? Che mi sembrano parole giuste e opportune, di questi tempi. E penso che David Cameron è un grande leader, e anche giovane. Se ci fosse in Italia uno che vale la metà, anzi diciamo due terzi, lo voterei. Forse.
Poi penso che in realtà non facciamo altro che oscillare continuamente, cambiamo posizione come chi non riesce a prendere sonno, e ogni volta che la cambiamo troviamo un po’ di sollievo. Ma dura poco. Tra qualche anno, quando saranno in troppi i presuntuosi che crederanno di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato e non perderanno occasione di dirlo pubblicamente , qualcuno dirà forte e chiaro che è il momento di smetterla con questa presunzione, che non facciamo altro che giudicare, che tutti credono di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, e di avere il diritto di dirlo. E che è arrivato invece il momento sospendere il giudizio e di cercare di comprendere. E dirà una cosa giusta.
Lo dico subito, anzi: “Cercate di comprendere gli altri, invece di giudicarli.”
“Ma che c’entra? Io sto parlando del non aver paura di assumersi la responsabilità di prendere una posizione su temi importanti. Di dire ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo, non di giudicare gli altri.” direbbe David Cameron.
“D’accordo, ma Gesù, per dirne uno, diceva di non giudicare. Non giudicate e non sarete giudicati, ecc. ecc. E il saggio sa di non sapere niente. Figuriamoci se sa cosa è giusto, e cosa non lo è.”
“Gesù, quand’era il momento, se la prendeva coi ricchi, o con i farisei. E giudicava eccome. E in pratica non faceva altro che dire cosa è giusto e cosa no. Più che altro cosa no, che è più facile” direbbe Cameron.
“Hm hm”, direi io. “Devo rifletterci.”
Devo rifletterci, sì.
Questo Cameron è un osso duro. Una sua versione immaginaria è riuscita a farmi cadere in contraddizione in pochi secondi. O forse era Jesus ad essere in contraddizione?
In ogni caso, non finisce qui.
25 febbraio 2008
Visto da qui
Ho letto questo articolo sul blog di Luca Sofri, ed ho pensato di scrivere una cosa a cui rifletto da tempo, riguardo a quando inizia la vita, chi è una persona e chi non lo è, e così via.
Io sono convinto che a noi esseri umani in fondo non interessi “la vita” di per sé, né le persone in generale.
A noi interessano gli individui. E ci interessano se li conosciamo almeno un po’, anche da lontano. Cioè se conosciamo almeno una piccola parte della loro storia.
Per questo ci può provocare maggiore turbamento la morte del bravissimo attore protagonista di Brokeback Mountain, di cui avevamo almeno intravisto il talento, che non la notizia di altri 40 morti a Bagdad (che purtroppo sono solo un numero, visti da qui).
Addirittura, rispetto ai 40 morti di Bagdad, ci fa soffrire di più l’esecuzione dei soldati in Orizzonti di Gloria, o il suicidio di Anna Karenina. Perché, appunto, sono degli individui, hanno una storia, anche se inventata, e hanno dei sentimenti in cui ci riconosciamo.
Un feto non può corrispondere a queste caratteristiche, almeno per me.
E’ possibile che esista qualcuno che vede il feto come un proprio simile, che lo sente davvero come un individuo.
Ma di certo un feto, visto da qui, non ha una storia nella quale ci possiamo identificare.
Qundi vedo con sospetto quelli che, senza esserne direttamente coinvolti, dicono di essere turbati dagli aborti degli altri.