8 marzo 2010
Non esiste alcun linguaggio musicale innato, ma soltanto la nostra maggiore o minore familiarità con esso
Non esiste alcun linguaggio musicale innato, ma soltanto la nostra maggiore o minore familiarità con esso, la nostra disponibilità a comprenderlo. Quando Mozart volle forzare i codici del suo tempo – e lo fece più volte – si tirò addosso tremende critiche: «Il suo orecchio è sordo, la sua musica è troppo speziata, il suo palato è guasto». Oggi, giudichiamo capolavori quei suoi eccessi.
Sandro Cappelletto su La Stampa
Io aggiungerei che per noi ascoltatori moderni gli eccessi di Mozart sono ormai la sigla ufficiale della musica classica. Fin troppo prevedibili.
Ricordo che quando da bambino mi capitò di sentire i primi pezzi blues – classici degli Stones, o dei Led Zeppelin – mi sembrarono assurdi e dissonanti. Non li capivo. Non ci ero abituato. Ora li considero parte del mio DNA.
Caetano Veloso racconta che quando era un liceale un suo amico gli portò un disco e gli disse: “Tu che ami le cose pazze, devi assolutamente conoscere questo tizio: è stonato come una campana, l’orchestra va da una parte lui dall’altra.” Il disco era Chega De Saudade, il manifesto della bossanova, un capolavoro assoluto che avrebbe cambiato la storia della musica.
Insomma, sottoscrivo quello che dice Sandro Cappelletto. E’ solo questione di abitudine.
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